Per molti, a questo punto, il meglio l’hanno già prodotto, questa roba è death ’n’ roll, facile facile. Sì, tutto giusto. Ma io non sono difficile: quando L-G Petrov si mette a sbraitare mi emoziono, idem quando le chitarre di Hellid & Cederlund, abbassate di un tono, cominciano a grattare, a scavare, ad arare attorcigliate al basso, idem quando la batteria di Nicke Andersson riporta un po’ di ordine. E poi questo album, non eccelso, con qualche filler di troppo, può essere additato a emblema di quella ottusità che i metallers amano chiamare «fedeltà», o meglio che io amo chiamare così. Perché non importa se non è uno dei tuoi giorni migliori, se sei un po’ appesantito, se le idee non sgorgano: non dimentico quello che hai fatto e sono sempre pronto a seguirti. È la fedeltà che mi accompagna per i quaranta minuti scarsi di To Ride…, che mi fa transitare, già molto sudato, da Parasight* e che alla fine mi fa approdare al porto sicuro di Wreckage.

Entombed, To Ride, Shoot Straight and Speak the Truth, Threeman 1997 (Tomas Skogsberg produxit aut mixavit).

(* When all you have’s a hammer / All you see is nails / When all you have’s a hammer / And when all else fails / Hit the nails!)

Permettete, signorina?

1 giugno 2010

Secondo il critico musicale viennese Carl Hruby, le rare volte in cui Anton Bruckner si rivolgeva alle donne, poteva essere molto diretto, passando da una timidezza assoluta a un’ingenuità inopportuna. D’altra parte aveva poco tempo per le avventure galanti (capirà, «dieci ore al piano e tre all’organo: questa era la mia agenda quotidiana. Il resto del tempo mi serviva… per riprendermi»). Però amava ballare, alle feste di campagna, in cui d’altronde da giovane aveva suonato, facendo ballare gli altri.

A una di queste, a Steyr, nel 1885 (quindi a sessantun anni), gli capitò di notare una ragazza a un tavolo vicino. Siccome l’amico che l’aveva accompagnato tardava a fare in modo di presentargliela, si alzò di scatto e si diresse verso di lei. Sbatté contro una sedia, ma colse al volo l’occasione, e chiese alla giovane se desiderava danzare.

Quando lei accettò, lui si trasformò e «ballò valzer e Ländler con la sua “innamorata” per il resto della serata. Grossauer [l’amico] restò seduto a guardare, sbalordito, mentre il Maestro volteggiava leggero e aggraziato».

Il giorno dopo, ancora eccitato, il nonno Anton invitò tutti alla sua residenza e suonò meravigliosamente l’Adagio dell’Ottava sinfonia. Un brano, disse, la cui ispirazione gli era venuta «sopra un boccale di Pilsner».

Tra i fantasmi più seducenti e inquietanti che si aggirano senza pace nelle terre marce della Louisiana, cui, senza nulla togliere all’estremo Nord, molti metalheadz, me compreso, rivolgono eterna gratitudine, un posto d’onore è per gli Acid Bath. Sei anni di attività, due album tra il 1994 (When the Kite String Pops) e il ’96 (Paegan Terrorism Tactics), il bassista (Audie Pitre) che muore a 27 anni in un incidente. Fine. Poi un piccolo culto che si alimenta lentamente, basato sulla ricchezza di quei due album – ricchezza di idee, di tradizioni riprese, di spunti buttati lì per le band che verranno, di titoli (e testi) non comuni (Dr. Seuss is Dead, The Bones of Baby Dolls, Bleed me an Ocean). Un culto testimoniato anche dalla difficoltà di etichettare la loro musica: «Whereas WKSP featured a predominantly hardcore influenced stoner/metal amalgam, PTT adds a severe dosage of doom to give the overall impact a very unique mix of hardcore/sludge/doom/prog metal bliss», scrive un recensore. Io li ho scoperti da poco, cercando le vene dello sludge, e non me ne sazio: veloci o lenti che siano, acustici o saturi, squassati dalle urla disperate del chitarrista Sammy Duet o straziati dalla voce bellissima di Dax Riggs, pesantissimi o esili, sono già «gruppo preferito di prima categoria».

(Scegliere un esempio, uno solo, è sbagliato; proviamo così: Tranquillized e Scream of a Butterfly e Bleed me an Ocean.)

Giovedì, ore 23.30.

Catriona: Tesoro, ma cosa stai guardando?
Mr Potts: Il lacrosse, Syracuse – Notre Dame.
C: Il lacrosse?!
MrP: È una disciplina di grande interesse.
C: Eh?
Mr P: È distensivo.
C: Ah…
MrP: E poi, così, quando devi rivedere un romanzo con una partita di lacrosse, ti sistemo i termini tecnici.
C: Questa cosa me l’hai già detta per lo snooker e per il curling… e non mi pare che le occasioni siano state frequentissime.
Mr P: Puoi sempre chiedere a un autore di inserire una bella scena di curling. Secondo me potrebbe piacere.

Mancano dodici mesi alla consacrazione di Woodstock, quando I’m going home tracimerà, secondo alcuni in maniera intollerabile, trasformandosi nel «destino» di Alvin Lee e compagni, nel bene e nel male. Manca un anno, ma già da un po’ i TYA suonano a tutto spiano nei club inglesi (soprattutto al Marquee), tanto che come secondo LP pubblicano un live, registrato  al Klook’s Kleek di Londra nel maggio del 1968. Il rock si intuisce, ma per ora il menu prevede blues e jazz, riletture di Count Basie, di Woody Herman (un’incredibile At the Woodchopper’s Ball lanciata a cento all’ora) e una cover, diciamo così, di Summertime, lunghi assolo per tutti (basso compreso) e già una discreta fetta di quella ossessività di Alvin Lee (il più grande «veneziano» che abbia mai giocato in una band) che poi dilagherà e che, secondo i maligni, diventerà carta carbone. Poi. Intanto i trentotto minuti della versione originale di Undead sono compatti e trascinanti, puro piacere di far musica insieme.

Ten Years After, Undead, Deram 1968.

(Due anni dopo l’aria è questa. Nota: il link a Woodchopper’s è alla versione da studio.)

Il metallo pesante, materia che così facilmente diventa inerte e indigesta, ha sempre avuto bisogno degli sforzi congiunti di un esercito di soldati semplici, che senza medaglie hanno dato la vita per mantenerlo nello stato ideale di metallo danzante. È anche per questo che si può essere grati a Tommy Victor. Qui, al quinto album, la major si fa sempre sentire e piazza alla console Terry Date, che cerca di far suonare la chitarrona di Tommy come quella di Dimebag Darrell (nello stesso anno avrebbe prodotto Far Beyond Driven dei Pantera), comprimendola e saturandola, e quasi ci riesce (sarà stato un bene?). Qui il cantato, senza offesa, conta fino a un certo punto e basso e batteria seguono, con onore, il manuale. Ma la mano destra di Tommy sta sul pick-up come su un grilletto e il plettro è un bisturi. A dispetto di tutta la fatica di essere soltanto se stessi, degli anni senza fine di duro lavoro, del confino in un solo brano e di un futuro difficile che lo vedrà servire egregiamente presso altrui corti… la lama taglia senza sbavature.

Prong, Cleansing, Epic 1994.

Prima che la world music diventasse un campo minato, mi ritrovai in un pomeriggio del 1976 (o 1977), con l’amico vicino di casa, in un teatro davanti a cinque signori vestiti di bianco e seduti a gambe incrociate. Non sapevo niente. Che John McLaughlin avesse suonato con Miles Davis era un concetto che non avrei comunque capito; di L. Shankar, al violino, pensavo a torto che fosse il figlio di Ravi; che Zakir Hussein fosse un immenso tablista (del quale avrei comprato vent’anni dopo gli album sull’etichetta di Peter Gabriel) lo appresi in quell’occasione; degli altri due non riuscivo nemmeno a pronunciare il nome (R. Raghavan  e T. H. «Vikku» Vinayakram, che picchiavano su delle specie di giare, il ghatam e il mridangam). Quando attaccarono, con lo stesso brano che apre il primo album, ebbi una folgorazione. Furono due ore di bocca aperta, dalle quali uscii tutto sudato e con la convinzione di sapere qualcosa di più di improvvisazione e di ritmo. Il giorno dopo avevo il disco in mano e cominciai a consumarlo, imparando ogni più piccolo rumore secondario che proveniva dalle sue tracce (tre, registrate dal vivo). È un album perfetto, esaltante e meditativo, con alcuni assolo di chitarra (acustica) e di tabla inarrivabili, con alcune progressioni che, sì, suonano «indiane», ma anche qualcos’altro di non ben definito. Perfetto anche perché unico e mai ripetuto: il resto delle registrazioni di Shakti degli anni ’70 è pallido, mentre le reunion intorno al 2000 vedono McLaughlin con la chitarra elettrica, ed è un’altra cosa.

Shakti with John McLaughlin, Shakti, Columbia 1975.