Z., Robert, Caputo & Abruscato arrivano from Brooklyn e un giorno del 1993 portano dentro uno studio una manciata di canzoni, dopo averle suonate per almeno quattro anni in quei posti dove è meglio stare attenti a come agiti il manico della chitarra se non vuoi spaccare la testa ai kidz. Nasce River Runs Red (RRR), piccolo culto sotterraneo che non muore, concept album sincero e diretto come piace ai metallers, arredato e corredato con i riff che vogliamo, dimostrazione sul campo di come si possa cambiare tempo in un brano di meno di tre minuti, ma soprattutto, forse, micidiale macigno piazzato (dai fan?) sulla schiena di Caputo, che per oltre quindici anni prova a liberarsene, solo per ritrovarselo di nuovo addosso e immolarsi sul suo altare. Sì, perché RRR, nonostante la rabbia e la competenza del trio di base, è tutto nella voce di Keith Caputo, fragilissima e dirompente, disperata e commossa, sempre sul punto di rompersi (cosa che avviene regolarmente dal vivo – e bisogna essere di pietra per non capire il dramma senza tempo di un cantante stritolato in mezzo a chi deve far correre soltanto cuore e muscoli) e sempre rinata. Un baritono condannato dal suo demone e dal suo passato a cantare da tenore, e a farci stringere i pugni e sanguinare insieme a lui: «The river runs red and I think I’m dying»…

Life of Agony, River Runs Red, The All Blacks / Roadrunner 1994 (Josh Silver produxit).

Ognuno ha la sua, o le sue.

La mia bandiera metallica, almeno da quando è apparso la prima volta, e per non so quanto ancora, è questo brano: Bury Me in Smoke, inciso dai Down a New Orleans nel 1995 e pubblicato sul primo disco della band, Nola. Non è il «pezzo più bello della storia dell’heavy metal», ma per me lo rappresenta, ed è il brano che userei come risposta alla domanda: «Ma perché proprio l’heavy metal?» Per almeno questi motivi (e pazienza se la metto giù un po’ dura).

1. Il materiale del brano è essenziale. Il riff principale è molto pesante, cadenzato e animato più da un sussulto che da una frase vera e propria; è «tellurico», direbbero i recensori, ed esibisce, nella variazione di sostegno alla strofa, la «materia prima» dell’HM: la corda libera (doppia) somministrata in ottavi e sedicesimi. Ecco, questo è il metallo pesante.

2. Il brano è semplice e si sviluppa in maniera non troppo sorprendente fino a 4’00”, quando… comincia un altro brano. Più esattamente i Down affrontano quella che per me è l’aspirazione più profonda dell’HM: il moto perpetuo, l’ad libitum, il martello che batte e non si fermerà più, la colata che tutto sommergerà, la risposta sonora al mondo. Così, si passa a una sequenza uniforme di sedicesimi a corda libera (la più grave, ovviamente) seguita da un’altra imponente oscillazione sismica, da ripetere virtualmente all’infinito (e non per niente il brano chiude i concerti). Se quello di prima era il metallo pesante, questa è l’essenza del metallo pesante.

3. Lo canta Philip Anselmo, che, voglio dire…

4. Dietro i cinque esecutori c’è un intreccio di band che parla della «comunità» dell’HM, del «non è che verresti a suonare il basso con noi che Jack non sta bene?», ecc. Dietro il monumentale Kirk Windstein, che stende il suono con la sua chitarra massiccia e sgretolata, ci sono i Crowbar (e poi i Kingdom of Sorrow); Pepper Keenan, l’altra chitarra, viene dai Corrosion of Conformity (e James Hetfield fa ciao); il primo basso, Todd Strange, = Crowbar, quello definitivo, Rex Brown, = Pantera; Jimmy the almighty Bower alla batteria suona la chitarra negli EyeHateGod e nei Superjoint Ritual; e poi Philip Anselmo, che, voglio dire…

5. Il purissimo headbanging, la vera e propria trance ritmica, che produce nell’adepto.

A sostegno di questo delirio, porto i seguenti materiali:

a. La versione originale.

b. Un’infernale versione live di qualche anno fa, a Houston, con Philip che «scherza» sul titolo, e che urla sguaiato, e per la cui salute eravamo allora molto in ansia…

c. Una seconda versione live, a Monaco, quella del tour del 2008, per la ripresa in mezzo ai kidz che si svitano la testa (così l’hanno vista i Potts all’Alcatraz…)

d. Un’ultima versione live, a Glendale, sempre nel 2008, quando i Down aprivano ai Metallica, perché li si vede un po’ più da vicino e perché si può «apprezzare» la tirata che ho fatto sulla corda libera…

e. Le «intavolature», per chi può essere interessato.

Bury Me in Smoke dura 7’04”, per quanto mi riguarda, in un modo o nell’altro, magari nell’angolino più recondito del neurone più nascosto, non ha più smesso di risuonare.


Già il nome, si deve ammettere, fa simpatia. Le non molte foto che circolano confermano poi l’alto tasso di «ruspanza» che si ritrova nella loro musica (una menzione al chitarrista Erik Larson, che suona quasi sempre imbozzolato nella sua barba e nei suoi capelli). Ruspanti, forse, di certo non sprovveduti. Un bel po’ di stoner, una punta di hardcore, molto sludge e contorno southern condito al doom: le etichette oscillano nel corso delle uscite, dal 1998 al 2008, quando «after much deliberation and thoughtful discussion, we have decided to end the band» (una frase che induce il metallaro allo struggimento). Io li ricordo e li onoro perché, nei momenti migliori (non pochi), sono pesantissimi, si caricano sulle braccia un massa di accordi debordanti, di riff grossi e spessi, e li tengono miracolosamente in movimento. Sono lì, uniti, molto vicini (palchi piccoli…), e a ogni canzone sollevano da terra quel sacco che sembra inchiodato al suolo e se lo mettono in spalla. Non sono caccia, gli ATP, in cerca di evoluzioni da bocca aperta, sono bombardieri – lenti, carichi e pazienti, e capaci di raderti al suolo.

Alabama Thunderpussy, Staring at the Divine, Relapse 2002.

Frutto di uno dei più memorabili drammi metallici di sempre, i Grip Inc. non hanno goduto e non godono di «buona stampa». Se chiedete, vi risponderanno che sono stati la «vacanza» di Dave Lombardo dagli Slayer, che il chitarrista Waldemar Sorychta è meglio come produttore, che il buon Gus Chambers non canterà più (ucciso da medicinali e alcol nel 2008) e che i bassisti, mea culpa, non se li ricordano. Stop. Io, però, i riffoni muscolari e propulsivi di PoIS me li ricordo quasi tutti e trovo che in pochi casi come questo chitarra e batteria abbiano «cenato» e poi siano andate a ballare insieme (dopo la pietra angolare di Fripp & Giles alla corte del Re Cremisi nel 1969, per la cronaca): dalle pietre rotolanti di Savage Seas (Retribution), allo scapicollo esaltante di Hostage to Heaven (da ascoltare rigorosamente in cuffia e trattenendo il fiato per lo meno da 1’07” a 1’24”), al martellio elastico di Monster Among Us (che a 3’28”, quando i giochi ormai sembrano fatti, si mette a bollire). Nient’altro che thrash? Sì, ma a me con la doppia cassa di Dave Lombardo viene da fare heartbanging.

Grip Inc., Power of Inner Strenght, Steamhammer 1995.

Per molti, a questo punto, il meglio l’hanno già prodotto, questa roba è death ’n’ roll, facile facile. Sì, tutto giusto. Ma io non sono difficile: quando L-G Petrov si mette a sbraitare mi emoziono, idem quando le chitarre di Hellid & Cederlund, abbassate di un tono, cominciano a grattare, a scavare, ad arare attorcigliate al basso, idem quando la batteria di Nicke Andersson riporta un po’ di ordine. E poi questo album, non eccelso, con qualche filler di troppo, può essere additato a emblema di quella ottusità che i metallers amano chiamare «fedeltà», o meglio che io amo chiamare così. Perché non importa se non è uno dei tuoi giorni migliori, se sei un po’ appesantito, se le idee non sgorgano: non dimentico quello che hai fatto e sono sempre pronto a seguirti. È la fedeltà che mi accompagna per i quaranta minuti scarsi di To Ride…, che mi fa transitare, già molto sudato, da Parasight* e che alla fine mi fa approdare al porto sicuro di Wreckage.

Entombed, To Ride, Shoot Straight and Speak the Truth, Threeman 1997 (Tomas Skogsberg produxit aut mixavit).

(* When all you have’s a hammer / All you see is nails / When all you have’s a hammer / And when all else fails / Hit the nails!)

Tra i fantasmi più seducenti e inquietanti che si aggirano senza pace nelle terre marce della Louisiana, cui, senza nulla togliere all’estremo Nord, molti metalheadz, me compreso, rivolgono eterna gratitudine, un posto d’onore è per gli Acid Bath. Sei anni di attività, due album tra il 1994 (When the Kite String Pops) e il ’96 (Paegan Terrorism Tactics), il bassista (Audie Pitre) che muore a 27 anni in un incidente. Fine. Poi un piccolo culto che si alimenta lentamente, basato sulla ricchezza di quei due album – ricchezza di idee, di tradizioni riprese, di spunti buttati lì per le band che verranno, di titoli (e testi) non comuni (Dr. Seuss is Dead, The Bones of Baby Dolls, Bleed me an Ocean). Un culto testimoniato anche dalla difficoltà di etichettare la loro musica: «Whereas WKSP featured a predominantly hardcore influenced stoner/metal amalgam, PTT adds a severe dosage of doom to give the overall impact a very unique mix of hardcore/sludge/doom/prog metal bliss», scrive un recensore. Io li ho scoperti da poco, cercando le vene dello sludge, e non me ne sazio: veloci o lenti che siano, acustici o saturi, squassati dalle urla disperate del chitarrista Sammy Duet o straziati dalla voce bellissima di Dax Riggs, pesantissimi o esili, sono già «gruppo preferito di prima categoria».

(Scegliere un esempio, uno solo, è sbagliato; proviamo così: Tranquillized e Scream of a Butterfly e Bleed me an Ocean.)

Il metallo pesante, materia che così facilmente diventa inerte e indigesta, ha sempre avuto bisogno degli sforzi congiunti di un esercito di soldati semplici, che senza medaglie hanno dato la vita per mantenerlo nello stato ideale di metallo danzante. È anche per questo che si può essere grati a Tommy Victor. Qui, al quinto album, la major si fa sempre sentire e piazza alla console Terry Date, che cerca di far suonare la chitarrona di Tommy come quella di Dimebag Darrell (nello stesso anno avrebbe prodotto Far Beyond Driven dei Pantera), comprimendola e saturandola, e quasi ci riesce (sarà stato un bene?). Qui il cantato, senza offesa, conta fino a un certo punto e basso e batteria seguono, con onore, il manuale. Ma la mano destra di Tommy sta sul pick-up come su un grilletto e il plettro è un bisturi. A dispetto di tutta la fatica di essere soltanto se stessi, degli anni senza fine di duro lavoro, del confino in un solo brano e di un futuro difficile che lo vedrà servire egregiamente presso altrui corti… la lama taglia senza sbavature.

Prong, Cleansing, Epic 1994.