Chiodi e martello

17 aprile 2010

Quando compro un libro di saggistica, prima si sistemarlo sulla pila d’attesa, leggo l’introduzione o, se non c’è, le prime pagine. Ricavandone anzitutto

1. Quel sentimento molto duro da estirpare di essere una persona migliore soltanto per il fatto di aver comprato quel libro e di avere intenzione di leggerlo. C’è voluto un po’ per isolare il virus, in modo da riconoscerlo all’istante; ci vorrà molto per debellarlo perché l’immunità è una lunga strada. Come lunga è la strada per liberarsi di quell’ottusità che mi riconosco quando sto lì a lucidare le mie preferenze come se fossero le medaglie da appuntare sulla divisa in vista della parata. Chiarito questo, posso passare a

2. La valutazione il più possibile oggettiva delle parole che ho letto, per stabilire infine

3. L’utilità che potrà avere quella lettura. Quando compro un martello non posso provarlo prima, piantando alcuni chiodi nelle pareti del negozio. Lo valuto, facendo tutto quello che si può fare tranne usarlo per la sua funzione specifica. Poi, a casa, pianto un chiodo e mi dico: sì, sembra proprio quello di cui avevo bisogno. (Ci sarebbe il problema della mano che regge il martello, ma quella è sempre la stessa, più o meno, e il discorso si complicherebbe troppo.) Il risultato, nei casi migliori, è

4. Una promessa: quel libro sarà un nuovo martello per piantarmi qualche bel chiodo in testa e farne uscire dei comportamenti, per quanto piccoli e irrilevanti possano essere.

(Nota. Si potrebbe obiettare: perché non te la leggi in libreria l’introduzione? Perché in libreria prevalgono le dinamiche del punto 1 e il puro piacere dell’acquisto.)

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Corpi semplici

27 febbraio 2010

«Quando si lavora per piacere agli altri si può non raggiungere lo scopo; ma le cose che si compiono per far piacere a noi stessi hanno sempre la possibilità di interessare qualcuno. È impossibile che non esistano persone che non partecipino con piacere a ciò che mi ha dato gioia. Nessuno è originale e, fortunatamente per la simpatia e la comprensione che sono così grandi gioie della vita, le nostre individualità sono ritagliate in un tessuto universale. Se si sapesse analizzare l’anima come la materia, si vedrebbe che, come nelle cose, sotto l’apparente diversità delle anime non ci sono che pochi corpi semplici ed elementi riducibili e che sostanze molto comuni, che si trovano un po’ dappertutto nell’universo, entrano nella composizione di ciò che noi crediamo essere la nostra personalità.»

Marcel Proust, Notre-Dame d’Amiens secondo Ruskin, Introduzione a John Ruskin, La Bibbia d’Amiens, SE 1999, p.16.

L’ultimo dono

27 febbraio 2010

Per colpa di un pregiudizio non mi ero mai avvicinato a Sandor Marai. Qui però il fatto che si tratti di un diario  – degli ultimi anni di un diario – e che vi siano registrate le vicende della morte della moglie (sono stati sposati per sessantadue anni), ha vinto qualsiasi esitazione. E ho letto con trepidazione lo strazio, l’impotenza, la collera, i percorsi della memoria, il dolore lancinante, la dissoluzione di tutto. Forse, e può essere un’osservazione banale, queste pagine hanno valore soprattutto perché sono state scritte, perché Marai ha provato a tenere traccia di una vicenda che è di tutti, senza essere più «scrittore» né inventandosi alcunché. Di fronte alla loro separazione forzata, alla fine del loro amore ho provato un muto furore (come spesso ha fatto lo stesso Marai: «A quel punto mi rendo conto che non c’è, perché “è morta”. Questo è il momento del risveglio. Quel che segue, sempre più intimamente, è il disgusto. Il disgusto, perché lei non c’è. Perché è morta. Perché tutto ciò che preti, medici, persone di ogni sorta hanno blaterato nel corso dei tempi a proposito della morte sono semplici menzogne».) Questo libro, che per me comincia a p. 102, è raro. Il resto, devo ammetterlo, ha confermato il mio pregiudizio.

Sandor Marai, L’ultimo dono, Adelphi 2009.