Mancano dodici mesi alla consacrazione di Woodstock, quando I’m going home tracimerà, secondo alcuni in maniera intollerabile, trasformandosi nel «destino» di Alvin Lee e compagni, nel bene e nel male. Manca un anno, ma già da un po’ i TYA suonano a tutto spiano nei club inglesi (soprattutto al Marquee), tanto che come secondo LP pubblicano un live, registrato  al Klook’s Kleek di Londra nel maggio del 1968. Il rock si intuisce, ma per ora il menu prevede blues e jazz, riletture di Count Basie, di Woody Herman (un’incredibile At the Woodchopper’s Ball lanciata a cento all’ora) e una cover, diciamo così, di Summertime, lunghi assolo per tutti (basso compreso) e già una discreta fetta di quella ossessività di Alvin Lee (il più grande «veneziano» che abbia mai giocato in una band) che poi dilagherà e che, secondo i maligni, diventerà carta carbone. Poi. Intanto i trentotto minuti della versione originale di Undead sono compatti e trascinanti, puro piacere di far musica insieme.

Ten Years After, Undead, Deram 1968.

(Due anni dopo l’aria è questa. Nota: il link a Woodchopper’s è alla versione da studio.)

Prima che la world music diventasse un campo minato, mi ritrovai in un pomeriggio del 1976 (o 1977), con l’amico vicino di casa, in un teatro davanti a cinque signori vestiti di bianco e seduti a gambe incrociate. Non sapevo niente. Che John McLaughlin avesse suonato con Miles Davis era un concetto che non avrei comunque capito; di L. Shankar, al violino, pensavo a torto che fosse il figlio di Ravi; che Zakir Hussein fosse un immenso tablista (del quale avrei comprato vent’anni dopo gli album sull’etichetta di Peter Gabriel) lo appresi in quell’occasione; degli altri due non riuscivo nemmeno a pronunciare il nome (R. Raghavan  e T. H. «Vikku» Vinayakram, che picchiavano su delle specie di giare, il ghatam e il mridangam). Quando attaccarono, con lo stesso brano che apre il primo album, ebbi una folgorazione. Furono due ore di bocca aperta, dalle quali uscii tutto sudato e con la convinzione di sapere qualcosa di più di improvvisazione e di ritmo. Il giorno dopo avevo il disco in mano e cominciai a consumarlo, imparando ogni più piccolo rumore secondario che proveniva dalle sue tracce (tre, registrate dal vivo). È un album perfetto, esaltante e meditativo, con alcuni assolo di chitarra (acustica) e di tabla inarrivabili, con alcune progressioni che, sì, suonano «indiane», ma anche qualcos’altro di non ben definito. Perfetto anche perché unico e mai ripetuto: il resto delle registrazioni di Shakti degli anni ’70 è pallido, mentre le reunion intorno al 2000 vedono McLaughlin con la chitarra elettrica, ed è un’altra cosa.

Shakti with John McLaughlin, Shakti, Columbia 1975.

Anch’io ho sognato di andare «alle porte del cosmo che stanno su in Germania», e per la precisione dopo i primi dieci minuti di Zeit (ascoltato quattro anni dopo la sua uscita del 1972, su consiglio del compagno di scuola più «alternativo»). Se allora fu uno dei tanti distintivi (al pari dell’eskimo), col «tempo» è diventato colonna sonora. Era, ed è, perfetto: i nomi (gruppo, disco e musicisti: Froese, Franke & Baumann), mai sentito niente del genere, quattro brani ampiamente superiori al quarto d’ora l’uno (il superopposto delle «canzoni»), titoli-mondo (Birth of Liquid Plejades [cui partecipa Florian Fricke dei Popol Vuh], Origin of Supernatural Probabilities), strumenti ignoti (la scatola magica del VCS3), l’icona assoluta della copertina (con tanto di lettering sci-fi). E capace di produrre quel languorino che ti fa dire: se avessi quella roba, lo farei anch’io. Grande esempio di drone (Nebulous Dawn), perno tra la prima e la seconda fase dei Tangerine (la terza non conta), Zeit è un viaggio da fermi, è una lunga riflessione ossessiva, aveva tutto per quei pomeriggi. Oggi, che ne riconosca ormai a memoria i sibili, le vibrazioni, le risacche, le bolle forse è un po’ ridicolo, ma resta un’ora abbondante di musica cosmica sottratta, paradossalmente, proprio al «tempo».