Bury Me in Smoke (Metallo pensante #21)

30 giugno 2010

Ognuno ha la sua, o le sue.

La mia bandiera metallica, almeno da quando è apparso la prima volta, e per non so quanto ancora, è questo brano: Bury Me in Smoke, inciso dai Down a New Orleans nel 1995 e pubblicato sul primo disco della band, Nola. Non è il «pezzo più bello della storia dell’heavy metal», ma per me lo rappresenta, ed è il brano che userei come risposta alla domanda: «Ma perché proprio l’heavy metal?» Per almeno questi motivi (e pazienza se la metto giù un po’ dura).

1. Il materiale del brano è essenziale. Il riff principale è molto pesante, cadenzato e animato più da un sussulto che da una frase vera e propria; è «tellurico», direbbero i recensori, ed esibisce, nella variazione di sostegno alla strofa, la «materia prima» dell’HM: la corda libera (doppia) somministrata in ottavi e sedicesimi. Ecco, questo è il metallo pesante.

2. Il brano è semplice e si sviluppa in maniera non troppo sorprendente fino a 4’00”, quando… comincia un altro brano. Più esattamente i Down affrontano quella che per me è l’aspirazione più profonda dell’HM: il moto perpetuo, l’ad libitum, il martello che batte e non si fermerà più, la colata che tutto sommergerà, la risposta sonora al mondo. Così, si passa a una sequenza uniforme di sedicesimi a corda libera (la più grave, ovviamente) seguita da un’altra imponente oscillazione sismica, da ripetere virtualmente all’infinito (e non per niente il brano chiude i concerti). Se quello di prima era il metallo pesante, questa è l’essenza del metallo pesante.

3. Lo canta Philip Anselmo, che, voglio dire…

4. Dietro i cinque esecutori c’è un intreccio di band che parla della «comunità» dell’HM, del «non è che verresti a suonare il basso con noi che Jack non sta bene?», ecc. Dietro il monumentale Kirk Windstein, che stende il suono con la sua chitarra massiccia e sgretolata, ci sono i Crowbar (e poi i Kingdom of Sorrow); Pepper Keenan, l’altra chitarra, viene dai Corrosion of Conformity (e James Hetfield fa ciao); il primo basso, Todd Strange, = Crowbar, quello definitivo, Rex Brown, = Pantera; Jimmy the almighty Bower alla batteria suona la chitarra negli EyeHateGod e nei Superjoint Ritual; e poi Philip Anselmo, che, voglio dire…

5. Il purissimo headbanging, la vera e propria trance ritmica, che produce nell’adepto.

A sostegno di questo delirio, porto i seguenti materiali:

a. La versione originale.

b. Un’infernale versione live di qualche anno fa, a Houston, con Philip che «scherza» sul titolo, e che urla sguaiato, e per la cui salute eravamo allora molto in ansia…

c. Una seconda versione live, a Monaco, quella del tour del 2008, per la ripresa in mezzo ai kidz che si svitano la testa (così l’hanno vista i Potts all’Alcatraz…)

d. Un’ultima versione live, a Glendale, sempre nel 2008, quando i Down aprivano ai Metallica, perché li si vede un po’ più da vicino e perché si può «apprezzare» la tirata che ho fatto sulla corda libera…

e. Le «intavolature», per chi può essere interessato.

Bury Me in Smoke dura 7’04”, per quanto mi riguarda, in un modo o nell’altro, magari nell’angolino più recondito del neurone più nascosto, non ha più smesso di risuonare.

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