Un valzer di Strauss

26 giugno 2010

Al nonno Anton gliene dicono di tutti i colori, praticamente in ogni epoca della sua vita. Se la prendono col suo aspetto, con la sua goffaggine, con la sua totale indifferenza verso gli aspetti mondani. Lo irridono perché porta stivaletti di pelle di foca «pressoché rettangolari» (ne possiede trenta paia), perché indossa pantaloni «immensamente larghi», da sembrare «tagliati da un falegname» (li sceglie così per essere comodo all’organo), o per i suoi giganteschi fazzolettoni colorati, o ancora perché dà un nome alle giacche. È ossessionato dai numeri, è «un pazzo e mezzo», beve troppa birra e a tavola non sa comportarsi («Chiunque avesse visto il Maestro sorbire rumorosamente la sua zuppa avrebbe pensato di essere in compagnia di un fattore onorevolmente invecchiato e non di un eccelso compositore», Richard Heller).

E prima che, in tarda età, venga riconosciuto il suo magistero, ne attaccano la musica, che finisce ingiustamente in mezzo alla battaglia tra wagneriani e seguaci di Brahms (i brahmini). Musica «ineseguibile» come minimo, «finita sotto gli zoccoli del cavallo» della Valchiria. Lo stesso Wagner, che pure a suo modo lo sostiene, anche perché il nonno Anton lo adora, è molto condiscendente ma poi lo chiama «Bruckner la tromba». Per Brahms è «un pover’uomo privo di senno». «La sua musica si innalza come un’informe, infuocata colonna di fumo», scrive il critico viennese Eduard Hanslick, che riporta anche la definizione «azzeccata» di un noto musicista tedesco (forse proprio Brahms): «Le Sinfonie di Bruckner sono come il sogno sterile di un’orchestra composta da musicisti logorati da venti prove del Tristano».

Il nonno Anton ne soffre, in silenzio. Al massimo si sfoga in qualche lettera («povero e abbandonato, mi confino nella melanconia della mia piccola stanza»), o si lascia andare un istante in occasioni pubbliche particolarmente disastrose (alla fine della prima esecuzione della Terza Sinfonia, derisa e disertata progressivamente dal pubblico, dice a Krzyzanowski e Mahler, che rimangono fino alla fine e cercano di consolarlo: «Lasciatemi andare. La gente non ne vuole sapere di me»).

Ciò nonostante non s’incattivisce. Continua a studiare e a comporre. Fa quasi pace con Brahms. E mantiene saldo il suo giudizio musicale. Dopo il successo della Settima, a Johann Strauss che lo applaude: «Il genio siete voi, io non sono che un violinista di periferia», il nonno Anton risponde: «Io darei delle sinfonie per un valzer di Strauss».

(Fonti: Sergio Martinotti, Bruckner, EDT 2003; Stephen Johnson, Bruckner Remembered, Faber and Faber 1998.)

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