Tra i fantasmi più seducenti e inquietanti che si aggirano senza pace nelle terre marce della Louisiana, cui, senza nulla togliere all’estremo Nord, molti metalheadz, me compreso, rivolgono eterna gratitudine, un posto d’onore è per gli Acid Bath. Sei anni di attività, due album tra il 1994 (When the Kite String Pops) e il ’96 (Paegan Terrorism Tactics), il bassista (Audie Pitre) che muore a 27 anni in un incidente. Fine. Poi un piccolo culto che si alimenta lentamente, basato sulla ricchezza di quei due album – ricchezza di idee, di tradizioni riprese, di spunti buttati lì per le band che verranno, di titoli (e testi) non comuni (Dr. Seuss is Dead, The Bones of Baby Dolls, Bleed me an Ocean). Un culto testimoniato anche dalla difficoltà di etichettare la loro musica: «Whereas WKSP featured a predominantly hardcore influenced stoner/metal amalgam, PTT adds a severe dosage of doom to give the overall impact a very unique mix of hardcore/sludge/doom/prog metal bliss», scrive un recensore. Io li ho scoperti da poco, cercando le vene dello sludge, e non me ne sazio: veloci o lenti che siano, acustici o saturi, squassati dalle urla disperate del chitarrista Sammy Duet o straziati dalla voce bellissima di Dax Riggs, pesantissimi o esili, sono già «gruppo preferito di prima categoria».

(Scegliere un esempio, uno solo, è sbagliato; proviamo così: Tranquillized e Scream of a Butterfly e Bleed me an Ocean.)

Giovedì, ore 23.30.

Catriona: Tesoro, ma cosa stai guardando?
Mr Potts: Il lacrosse, Syracuse – Notre Dame.
C: Il lacrosse?!
MrP: È una disciplina di grande interesse.
C: Eh?
Mr P: È distensivo.
C: Ah…
MrP: E poi, così, quando devi rivedere un romanzo con una partita di lacrosse, ti sistemo i termini tecnici.
C: Questa cosa me l’hai già detta per lo snooker e per il curling… e non mi pare che le occasioni siano state frequentissime.
Mr P: Puoi sempre chiedere a un autore di inserire una bella scena di curling. Secondo me potrebbe piacere.

Mancano dodici mesi alla consacrazione di Woodstock, quando I’m going home tracimerà, secondo alcuni in maniera intollerabile, trasformandosi nel «destino» di Alvin Lee e compagni, nel bene e nel male. Manca un anno, ma già da un po’ i TYA suonano a tutto spiano nei club inglesi (soprattutto al Marquee), tanto che come secondo LP pubblicano un live, registrato  al Klook’s Kleek di Londra nel maggio del 1968. Il rock si intuisce, ma per ora il menu prevede blues e jazz, riletture di Count Basie, di Woody Herman (un’incredibile At the Woodchopper’s Ball lanciata a cento all’ora) e una cover, diciamo così, di Summertime, lunghi assolo per tutti (basso compreso) e già una discreta fetta di quella ossessività di Alvin Lee (il più grande «veneziano» che abbia mai giocato in una band) che poi dilagherà e che, secondo i maligni, diventerà carta carbone. Poi. Intanto i trentotto minuti della versione originale di Undead sono compatti e trascinanti, puro piacere di far musica insieme.

Ten Years After, Undead, Deram 1968.

(Due anni dopo l’aria è questa. Nota: il link a Woodchopper’s è alla versione da studio.)

Il metallo pesante, materia che così facilmente diventa inerte e indigesta, ha sempre avuto bisogno degli sforzi congiunti di un esercito di soldati semplici, che senza medaglie hanno dato la vita per mantenerlo nello stato ideale di metallo danzante. È anche per questo che si può essere grati a Tommy Victor. Qui, al quinto album, la major si fa sempre sentire e piazza alla console Terry Date, che cerca di far suonare la chitarrona di Tommy come quella di Dimebag Darrell (nello stesso anno avrebbe prodotto Far Beyond Driven dei Pantera), comprimendola e saturandola, e quasi ci riesce (sarà stato un bene?). Qui il cantato, senza offesa, conta fino a un certo punto e basso e batteria seguono, con onore, il manuale. Ma la mano destra di Tommy sta sul pick-up come su un grilletto e il plettro è un bisturi. A dispetto di tutta la fatica di essere soltanto se stessi, degli anni senza fine di duro lavoro, del confino in un solo brano e di un futuro difficile che lo vedrà servire egregiamente presso altrui corti… la lama taglia senza sbavature.

Prong, Cleansing, Epic 1994.

Prima che la world music diventasse un campo minato, mi ritrovai in un pomeriggio del 1976 (o 1977), con l’amico vicino di casa, in un teatro davanti a cinque signori vestiti di bianco e seduti a gambe incrociate. Non sapevo niente. Che John McLaughlin avesse suonato con Miles Davis era un concetto che non avrei comunque capito; di L. Shankar, al violino, pensavo a torto che fosse il figlio di Ravi; che Zakir Hussein fosse un immenso tablista (del quale avrei comprato vent’anni dopo gli album sull’etichetta di Peter Gabriel) lo appresi in quell’occasione; degli altri due non riuscivo nemmeno a pronunciare il nome (R. Raghavan  e T. H. «Vikku» Vinayakram, che picchiavano su delle specie di giare, il ghatam e il mridangam). Quando attaccarono, con lo stesso brano che apre il primo album, ebbi una folgorazione. Furono due ore di bocca aperta, dalle quali uscii tutto sudato e con la convinzione di sapere qualcosa di più di improvvisazione e di ritmo. Il giorno dopo avevo il disco in mano e cominciai a consumarlo, imparando ogni più piccolo rumore secondario che proveniva dalle sue tracce (tre, registrate dal vivo). È un album perfetto, esaltante e meditativo, con alcuni assolo di chitarra (acustica) e di tabla inarrivabili, con alcune progressioni che, sì, suonano «indiane», ma anche qualcos’altro di non ben definito. Perfetto anche perché unico e mai ripetuto: il resto delle registrazioni di Shakti degli anni ’70 è pallido, mentre le reunion intorno al 2000 vedono McLaughlin con la chitarra elettrica, ed è un’altra cosa.

Shakti with John McLaughlin, Shakti, Columbia 1975.

Breakfast at Romualdo’s

19 maggio 2010

Mercoledì, ore 6.30, cucina, colazione.

MrPotts: Sai, stamattina stavo leggendo di Romualdo.
Catriona: Ah.
MrP: Pier Damiani scrive che per cinque anni ha dormito gravato dal peso del demonio.
C (appena sveglia, già infinitamente paziente): Caspita, cinque anni.
MrP: Già. Di notte gli altri confratelli sentivano urla tremende provenire dalla sua cella.
C.: Notti movimentate.
MrP: Eh sì. E se si avvicinavano alla porta, capitava di sentire Romualdo che diceva: «A cosa miri ancora, turpissimo!» È proprio turpissime, in latino.
C: Molto interessante. Tesoro, il pane sta bruciando…

L’hormone metal stuccò in fretta. Anzi i puristi stroncarono da subito i cliché ben confezionati, la ridondanza – che non è ossessività, bensì posa –, lo stampino e, a posteriori, le responsabilità verso il nu metal. In effetti se ci mettiamo a «parlare» dei Machine Head sono costretto ad ammettere che i brani sono gonfiati, che i riff «ad alto tonnellaggio» non hanno retto benissimo l’usura del tempo, che Robb Flynn non si chiama Philip Anselmo, che la noia germoglia. E poi le facce ridicolmente truci, tutto l’armamentario tough guy, la pompa della Roadrunner. Però. Però, quando mi capita di riascoltare 1-3 di Burn My Eyes e 1, 2 e 4 di The More Things Change…, mi viene da dire che il metallo l’hanno evocato, soprattutto quando è stato Logan Mader a guidare le schitarrate: ci hanno messo le mani dentro, ne hanno tirato su troppo e qualche volta il muro del suono gli è riuscito, massiccio, altre no e ci sono rimasti sepolti sotto.

Machine Head, Burn My Eyes, The More Things Change, Roadrunner 1994, 1997 (Colin Richardson produxit).

(Detroit 1997, pessima qualità, ma grande scantinato.)