Anch’io ho sognato di andare «alle porte del cosmo che stanno su in Germania», e per la precisione dopo i primi dieci minuti di Zeit (ascoltato quattro anni dopo la sua uscita del 1972, su consiglio del compagno di scuola più «alternativo»). Se allora fu uno dei tanti distintivi (al pari dell’eskimo), col «tempo» è diventato colonna sonora. Era, ed è, perfetto: i nomi (gruppo, disco e musicisti: Froese, Franke & Baumann), mai sentito niente del genere, quattro brani ampiamente superiori al quarto d’ora l’uno (il superopposto delle «canzoni»), titoli-mondo (Birth of Liquid Plejades [cui partecipa Florian Fricke dei Popol Vuh], Origin of Supernatural Probabilities), strumenti ignoti (la scatola magica del VCS3), l’icona assoluta della copertina (con tanto di lettering sci-fi). E capace di produrre quel languorino che ti fa dire: se avessi quella roba, lo farei anch’io. Grande esempio di drone (Nebulous Dawn), perno tra la prima e la seconda fase dei Tangerine (la terza non conta), Zeit è un viaggio da fermi, è una lunga riflessione ossessiva, aveva tutto per quei pomeriggi. Oggi, che ne riconosca ormai a memoria i sibili, le vibrazioni, le risacche, le bolle forse è un po’ ridicolo, ma resta un’ora abbondante di musica cosmica sottratta, paradossalmente, proprio al «tempo».

L’industrial, genericamente inteso, degli anni ’90 fa già l’effetto delle acconciature nei film dei ’70. La ferraglia, i ronzii, i sintetizzatori, la cassa a martello, la voce filtrata, le aperture melodiche – oggi suona tutto un po’ di maniera, come il riff ritmico saldato alla doppia cassa (che non riesci neanche a headbangare). Però il contributo è innegabile. E qui, dopo due tracce convincenti (e quanto le ho ascoltate…) c’è l’esposizione definitiva di Zero Signal*. L’apertura campionata, l’intro magniloquente, l’accelerazione su un riff mitragliato pesantissimo e non scalfibile. Dopo una cosa del genere, il brano va avanti come può. Dopo un brano del genere, Cazares e compagni non poterono che scendere. Dalla vetta, comunque.

Fear Factory, Demanufacture, Roadrunner 1995 (Colin Richardson produxit).

* Manca Dino Cazares in questa versione, è vero, ma è utile per gettare uno sguardo al lavoro di Raymond Herrera alla batteria (anche autore), e benché Burton C. Bell in un paio di casi non ce la faccia, vale come esempio di «saper suonare dal vivo quello che si suona in studio».

Croci e periscopi

23 aprile 2010

Venerdì, sera.

MrPotts: Dopo una giornata così mi ci vorrebbe un film di sottomarini, ma li conosco tutti a memoria…
Catriona: Vita mia, se potessi ti girerei il seguito di Caccia a Ottobre Rosso, con Ramius che torna per inseguire un sottomarino cinese che minaccia di distruggere il mondo…
MrP: Tesoro, lo sai cosa dovresti fare se potessi girare un film per me, vero?
C: Sì, certo, un film di esorcismi ambientato su un sottomarino…

Premesso che ogni headbanger ha sulla propria carta d’identità almeno due o tre gruppi «enormemente sottovalutati», «misconosciuti», «che non hanno avuto il successo che si meritavano»; e che a volte t’imbatti in un frontman che per qualche minuto incarna «quello che siamo, quello che vogliamo», vorrei tributare gli onori ai Warrior Soul di Kory Clarke. Quando Kory arrivò sulla scena (D: «Come avete fatto ad avere un contratto dopo solo cinque concerti?»; R: «Quattro concerti») la «stampa specializzata» gli piazzò sulle spalle il macigno dell’aspettativa, e lui si fermò un passo prima, o forse ne fece due oltre. Non ho la minima idea se sia divorato dai rimpianti o dalla frustrazione ma, a giudicare dalle ultime cose, direi proprio di no. E quindi onore alla sua faccia già vista, ai suoi riff prevedibili, ai suoi testi fragili («I’m going out tonight and I’m going out drinking / Don’t bother waiting up ’cause I’m coming home stinking»), alle sue sparate da engagé, alle sue copertine e alle sue malinconie da decappottabile. Go, Kory, go!

Warrior Soul, Salutations from the Ghetto Nation, Geffen 1992.

Chiodi e martello

17 aprile 2010

Quando compro un libro di saggistica, prima si sistemarlo sulla pila d’attesa, leggo l’introduzione o, se non c’è, le prime pagine. Ricavandone anzitutto

1. Quel sentimento molto duro da estirpare di essere una persona migliore soltanto per il fatto di aver comprato quel libro e di avere intenzione di leggerlo. C’è voluto un po’ per isolare il virus, in modo da riconoscerlo all’istante; ci vorrà molto per debellarlo perché l’immunità è una lunga strada. Come lunga è la strada per liberarsi di quell’ottusità che mi riconosco quando sto lì a lucidare le mie preferenze come se fossero le medaglie da appuntare sulla divisa in vista della parata. Chiarito questo, posso passare a

2. La valutazione il più possibile oggettiva delle parole che ho letto, per stabilire infine

3. L’utilità che potrà avere quella lettura. Quando compro un martello non posso provarlo prima, piantando alcuni chiodi nelle pareti del negozio. Lo valuto, facendo tutto quello che si può fare tranne usarlo per la sua funzione specifica. Poi, a casa, pianto un chiodo e mi dico: sì, sembra proprio quello di cui avevo bisogno. (Ci sarebbe il problema della mano che regge il martello, ma quella è sempre la stessa, più o meno, e il discorso si complicherebbe troppo.) Il risultato, nei casi migliori, è

4. Una promessa: quel libro sarà un nuovo martello per piantarmi qualche bel chiodo in testa e farne uscire dei comportamenti, per quanto piccoli e irrilevanti possano essere.

(Nota. Si potrebbe obiettare: perché non te la leggi in libreria l’introduzione? Perché in libreria prevalgono le dinamiche del punto 1 e il puro piacere dell’acquisto.)

+ 1

16 aprile 2010

Venerdì, ore 7.30, si scorre il quotidiano.

Catriona: Guarda, chi mangia meno di 1600 calorie al giorno campa cent’anni. Direi che siamo più che a posto.
MrPotts: Io non voglio vivere cent’anni.
C: Neanche con me?
MrP: Io voglio vivere solo un giorno più di te.

Mi ricordo che il passo fu breve e Johnny Violent (al secolo Jonathan Casey), ovviamente, ne fu il profeta (si sa, «Johnny is a bastard»). Perché al termine di ogni headbanging vuoi di più, lo vuoi più veloce, fino a scardinare la cervicale e il cervello che sostiene. E allora, courtesy of Earache, il metallaro scivolò nell’hardcore techno e infine, felice come un bambino in un negozio di dolciumi, nel gabba – «specchio elettronico della scena metal estrema», dicono. Pura velocità sintetica, propulsione inarrestabile, urla, ritornelli melodici, cover di Black Sabbath e Van Halen, mozziconi di testi e titoli memorabili (North Korea Goes Bang, a 211 beats per minute), guerra campionata, samples di Wagner (e Holst), rave. E infine, la logica conclusione di tutto: Burn Out, tentativo di record mondiale di bpm: da 250 a 20 milioni.

Ultraviolence, Life of a Destructor, Earache 1994; Johnny Violent, Shocker, Earache 1996.