Quest’Italia

29 marzo 2010

La vita non cambia
la vita. Può amare.
Quest’Italia è una camera mortuaria,
cara e dolce anticamera dell’aria…

Gianni D’Elia, Frammento bolognese (inedito del 1977-78, pubblicato il mese scorso).

Conglomerati

28 marzo 2010

L’ultima raccolta di Zanzotto mi è piaciuta molto. Al di là degli 88 anni del suo autore, che non andrebbero trascurati, ciò che mi piace sono proprio i versi, la loro costruzione, la ricchezza di osservazioni e riflessioni che accolgono grazie a una lingua aperta a tutti i registri e a tutte le derivazioni.

Se i temi portanti sono quelli del paesaggio che si sfa, del corpo che si sfa, del tempo corrotto e del profumino di apocalisse, contano poi le parole che li comunicano – dialetto, latino, citazioni, ripetizioni, allitterazioni, neologismi, nomi propri, storpiature: cioè un arsenale senza esclusioni. Che è esattamente quello che occorre a una poesia per essere all’altezza del mondo.

A volte è come se Zanzotto facesse girare le rotelle delle parole, fino a che una precisa combinazione degli ingranaggi produca la luce: «Tutto è chiuso, sasso a sasso nel suo lutto / rutilante lutto di sopite ire di irosi sopori» (Crode del Pedrè); altre volte la dizione è chiara: «Ma se quel vento cade / tutto il mondo si svela / per quel ch’è / cioè cioè / un cumulo di membra sparse / finalmente scoppiato / e finalmente apocaliptato» (Sberle); oppure un po’ impertinente: «Grigia scende la sera e si confonde / col rumore del forno a microonde».

Anche le piccole cose sono belle, come lo «sberloso vento», gli «infimi fili del nihil», lo «spazzame di avvenimenti» e la «dolceamara indominata fiera».

Mi piace perché solo apparentemente la poesia è innocua, confinata in un verdeggiante giardinetto, perché trovare le parole giuste è un compito decisivo, come molti altri s’intende, e sono grato a chi lo svolge.

Andrea Zanzotto, Conglomerati, Mondadori, 2009.


«Ciao gioia mia, ho incontrato quattro vecchi amici sotto casa; volevo presentarteli. Hanno una band, si chiamano Crowbar, fanno sludge. Kirk è il capo, è buono come il pane ma non sa cantare, però suona la chitarra elettrica e soprattutto sa cos’è il metallo pesante: quella roba distorta, amorfa, senza inizio né fine che ti sta lì davanti inerte finché non riesci a farla danzare. Se mi chiedi dei riff, ti dirò, quasi sempre s’intestardiscono su una manciata di semitoni, e secondo me spesso abbassano l’accordatura, sai, come gli Entombed. A volte sembrano immobili, persi in un delirio sterile, in realtà si stanno muovendo molto lentamente, oppressi e ostinati. Ho sempre voluto ringraziarli per quelle cose che fanno on the road, anche per noi. Pensavo di invitarli a restare, che dici, abbiamo per caso della birra in frigo?»

Crowbar, p.es. I Feel the Burning Sun

Accetto qualsiasi reprimenda, critica, sberleffo, presa di distanza e anche di peggio ma il fatto è che in questi giorni ascolto quasi esclusivamente Belus. Una tavola degli elementi ridotta al minimo, un’ossessività confinante con la psicosi, il palese isolamento, un’ostinazione che fa paura, l’aspirazione esibita per il moto perpetuo – come se da domani questa musica dovesse diventare il silenzio che precede qualsiasi suono. C’è la chitarra, il drone, c’è, forse, Philip Glass che ha scoperto il distorsore, ci sono i latrati del vecchio Varg, dentro i quali c’è qualcos’altro che preferisco non sapere. Confesso l’imbarazzo, confesso la fascinazione. Adesso lo riascolto.

Burzum, Belus, Byelobog 2010.

Forever Mucca

13 marzo 2010

Non c’è nulla di speciale in questo ricordo, quindi indulgo, restando ai fatti.

Il primo disco l’ho comprato quando ero alle superiori, in prima. Una copia usata di Atom Heart Mother. Non sapevo niente e un mio compagno mi prese da parte e mi offrì l’«affare»: un disco raro, importante, che conoscono in pochi, che in Italia non si trova, guarda che copertina!

La mucca.

Dovetti chiedere un finanziamento a mia madre. Per fortuna, i suoi studenti le avevano fatto già conoscere Robert Fripp (che tempi!), quindi la questione fu, semmai, se si trattasse di buona musica. Perorai la causa senza aver mai sentito una sola nota dei Floyd. E l’affare si concluse.

Nemmeno per un istante mi è mai importato di essere stato preso in giro, era – ed è – così facile. L’anno dopo potevo comprare Animals «appena uscito», e poi voltarmi indietro e risalire.

Questo accadeva circa 12.000 giorni fa.

Già il titolo è da non trascurare. Anche perché l’hanno fatto, davvero. Proprio quando tutti noi headbangers eravamo già pronti a divulgare il nuovo vangelo, e un drappello di centomila individui si era raccolto al Dynamo Open Air per il relativo discorso della montagna, i Nailbomb hanno tolto il disturbo: Vai toma’ no cú. Max Cavalera è tornato dai suoi, con i quali in capo a un anno si sarebbe grattato le croste, mentre il tunnel di Alex Newport era già senza uscita. Rimane qualche martellata (così le gazzette han potuto chiamarlo industrial), un po’ di campionamenti e drum machine e una manciata di riff marci e stracciati: quel genere di attitudine che dici di sì nel giro di tre minuti. Proprio così: «Vai toma’ no cú».

Nailbomb, Proud to commit commercial suicide, Roadrunner 1995.

Gli Elementi di Euclide per basso, chitarra e batteria. L’ho ascoltato, riascoltato, studiato, ripassato, consultato, aperto a caso, spacciato e predicato. Mi pare ancora di scorgere nello sguardo di Fripp sulla copertina (vinile, cassetta, cd e 40th anniversary edition) la consapevolezza della perfezione raggiunta e osservata con gelido distacco, la sicurezza del calcolo esatto. Un pezzo alla volta, un minuto alla volta, ci ha messo dentro tutto («Dopodiché vi saluto»): la ricchezza di un paesaggio mentale-musicale cui si vorrebbe assomigliare. E quando pensi che manchi almeno un fazzoletto per asciugare una lacrima di emozione, il Re Cremisi tira fuori il tema di Starless e lo strepitoso crescendo della ripresa conclusiva, e può capitare di commuoversi.

King Crimson, Red, 1974.