Sentimento del nulla

27 febbraio 2010

«Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggimento della vita, o nelle più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa); servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo, e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta. E così quello che veduto nella realtà delle cose, accora e uccide l’anima, veduto nell’imitazione o in qualunque altro modo nelle opere di genio (come per esempio nella lirica che non è propriamente imitazione), apre il cuore e ravviva. Tant’è, siccome l’autore che descriveva e sentiva così fortemente il vano delle illusioni, pur conservava un gran fondo d’illusione, e ne dava una gran prova, col descrivere così studiosamente la loro vanità, nello stesso modo il lettore quantunque disingannato, e per se stesso e per la lettura, pur è tratto dall’autore, in quello stesso inganno e illusione nascosta ne’ più intimi recessi dell’animo, ch’egli provava. E lo stesso conoscere l’irreparabile vanità e falsità di ogni bello e di ogni grande è una certa bellezza e grandezza che riempie l’anima, quando questa conoscenza si trova nelle opere di genio.»

Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4 ottobre 1820.

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Corpi semplici

27 febbraio 2010

«Quando si lavora per piacere agli altri si può non raggiungere lo scopo; ma le cose che si compiono per far piacere a noi stessi hanno sempre la possibilità di interessare qualcuno. È impossibile che non esistano persone che non partecipino con piacere a ciò che mi ha dato gioia. Nessuno è originale e, fortunatamente per la simpatia e la comprensione che sono così grandi gioie della vita, le nostre individualità sono ritagliate in un tessuto universale. Se si sapesse analizzare l’anima come la materia, si vedrebbe che, come nelle cose, sotto l’apparente diversità delle anime non ci sono che pochi corpi semplici ed elementi riducibili e che sostanze molto comuni, che si trovano un po’ dappertutto nell’universo, entrano nella composizione di ciò che noi crediamo essere la nostra personalità.»

Marcel Proust, Notre-Dame d’Amiens secondo Ruskin, Introduzione a John Ruskin, La Bibbia d’Amiens, SE 1999, p.16.

I Carcass, o dell’«escavazione metallica». Si prenda, volendo naturalmente, Arbeit Macht Fleisch. Dopo l’esposizione di un riff aggressivo e compatto (anche se non irresistibile), e in mezzo a strofe deliranti (un riconoscimento a Jeff Walker, tra le voci più inquietanti dell’heavy metal: un folle isterico che urla in una sorta di rauco falsetto), Amott e Steer si producono nella loro specialità: usano cioè le chitarre «frullate» per aprire una voragine. Il cambio di tempo tutto sommato inatteso – la trovata del pezzo – unisce un giro armonico «orecchiabile» a un delirio meccanico e involontario come un tic (la mano destra del chitarrista ritmico – l’asse portante di ogni capolavoro heavy metal – vive di vita propria), che letteralmente vanga il terreno metallico del pezzo, lo dissoda. Scava una fossa in cui mi accomodo.

Carcass, Arbeit Macht Fleisch, da Heartwork, 1993.

L’ultimo dono

27 febbraio 2010

Per colpa di un pregiudizio non mi ero mai avvicinato a Sandor Marai. Qui però il fatto che si tratti di un diario  – degli ultimi anni di un diario – e che vi siano registrate le vicende della morte della moglie (sono stati sposati per sessantadue anni), ha vinto qualsiasi esitazione. E ho letto con trepidazione lo strazio, l’impotenza, la collera, i percorsi della memoria, il dolore lancinante, la dissoluzione di tutto. Forse, e può essere un’osservazione banale, queste pagine hanno valore soprattutto perché sono state scritte, perché Marai ha provato a tenere traccia di una vicenda che è di tutti, senza essere più «scrittore» né inventandosi alcunché. Di fronte alla loro separazione forzata, alla fine del loro amore ho provato un muto furore (come spesso ha fatto lo stesso Marai: «A quel punto mi rendo conto che non c’è, perché “è morta”. Questo è il momento del risveglio. Quel che segue, sempre più intimamente, è il disgusto. Il disgusto, perché lei non c’è. Perché è morta. Perché tutto ciò che preti, medici, persone di ogni sorta hanno blaterato nel corso dei tempi a proposito della morte sono semplici menzogne».) Questo libro, che per me comincia a p. 102, è raro. Il resto, devo ammetterlo, ha confermato il mio pregiudizio.

Sandor Marai, L’ultimo dono, Adelphi 2009.

All’inizio dici: sono sempre loro, sanno suonare, fanno i tecnici. A track #3: okay, hanno dato il meglio. E a quel punto suona il campanello, proprio su un morendo. Di lì in poi è tutto un crescendo. Di idee, di riff, di doppia cassa “gentile”, sovraincisioni e chorus semplicemente azzeccati. E di quella pulsazione metallica, fluida, padroneggiata. Senza spocchia: very humble, very heavy. E alla fine ti rendi conto che stai ascoltando questo disco da vent’anni.

Metal Church, The Human Factor, 1991.

Libero indugio

26 febbraio 2010

Frammento XXVII

È parte di me un uomo da lavoro,
Rude le membra e in giubba affumicata,
Che tutto nel sonoro
Bàttito volge della sua giornata;
È di me parte l’uom che pavoneggia
La vanità della superbia dotta,
E coi bravi gareggia
E pugna dentro alla civile lotta;
È di me parte l’uom che nell’azzardo
Del presente s’incita e la gazzetta
Ha per vangel, beffardo
A ciò che non appaga la sua fretta;
È di me parte l’uom che s’apparecchia
Il gioir dei conforti
Mondani, e non si specchia
Che dove è la violenza dei più forti;
E altro ancora: e intendo
Il divenir tremendo che non cura
L’opporsi, e si fa storia e natura;
Ma dove nel libero indugio
Arcanamente s’agita il mio volo,
Odio l’usura del tempo
Paurosamente solo.

Clemente Rebora, Frammenti lirici, 1913.

Ci sono affezionato. Alle loro facce invecchiate. A questo picchiare sempre e comunque, che per alcuni è ormai fine a se stesso e per altri no. A questo fiume tumultuoso di riff e progressioni, mai veramente memorabili, a parte un paio di casi per album, ma sempre pesanti come il piombo. E al growl e allo scream, s’intende. Hanno scritto una sola canzone lunga più o meno un giorno? Per me possono andare avanti anche una settimana intera. Senza interruzioni.

Napalm Death, Time Waits for No Slave, 2008.