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11 luglio 2010

Volevo fare una cosa e non potevo farla qui.
Così, la tabaccheria ha cambiato insegna e si è trasferita qui.
Vediamo un po’.

Z., Robert, Caputo & Abruscato arrivano from Brooklyn e un giorno del 1993 portano dentro uno studio una manciata di canzoni, dopo averle suonate per almeno quattro anni in quei posti dove è meglio stare attenti a come agiti il manico della chitarra se non vuoi spaccare la testa ai kidz. Nasce River Runs Red (RRR), piccolo culto sotterraneo che non muore, concept album sincero e diretto come piace ai metallers, arredato e corredato con i riff che vogliamo, dimostrazione sul campo di come si possa cambiare tempo in un brano di meno di tre minuti, ma soprattutto, forse, micidiale macigno piazzato (dai fan?) sulla schiena di Caputo, che per oltre quindici anni prova a liberarsene, solo per ritrovarselo di nuovo addosso e immolarsi sul suo altare. Sì, perché RRR, nonostante la rabbia e la competenza del trio di base, è tutto nella voce di Keith Caputo, fragilissima e dirompente, disperata e commossa, sempre sul punto di rompersi (cosa che avviene regolarmente dal vivo – e bisogna essere di pietra per non capire il dramma senza tempo di un cantante stritolato in mezzo a chi deve far correre soltanto cuore e muscoli) e sempre rinata. Un baritono condannato dal suo demone e dal suo passato a cantare da tenore, e a farci stringere i pugni e sanguinare insieme a lui: «The river runs red and I think I’m dying»…

Life of Agony, River Runs Red, The All Blacks / Roadrunner 1994 (Josh Silver produxit).

Ognuno ha la sua, o le sue.

La mia bandiera metallica, almeno da quando è apparso la prima volta, e per non so quanto ancora, è questo brano: Bury Me in Smoke, inciso dai Down a New Orleans nel 1995 e pubblicato sul primo disco della band, Nola. Non è il «pezzo più bello della storia dell’heavy metal», ma per me lo rappresenta, ed è il brano che userei come risposta alla domanda: «Ma perché proprio l’heavy metal?» Per almeno questi motivi (e pazienza se la metto giù un po’ dura).

1. Il materiale del brano è essenziale. Il riff principale è molto pesante, cadenzato e animato più da un sussulto che da una frase vera e propria; è «tellurico», direbbero i recensori, ed esibisce, nella variazione di sostegno alla strofa, la «materia prima» dell’HM: la corda libera (doppia) somministrata in ottavi e sedicesimi. Ecco, questo è il metallo pesante.

2. Il brano è semplice e si sviluppa in maniera non troppo sorprendente fino a 4’00”, quando… comincia un altro brano. Più esattamente i Down affrontano quella che per me è l’aspirazione più profonda dell’HM: il moto perpetuo, l’ad libitum, il martello che batte e non si fermerà più, la colata che tutto sommergerà, la risposta sonora al mondo. Così, si passa a una sequenza uniforme di sedicesimi a corda libera (la più grave, ovviamente) seguita da un’altra imponente oscillazione sismica, da ripetere virtualmente all’infinito (e non per niente il brano chiude i concerti). Se quello di prima era il metallo pesante, questa è l’essenza del metallo pesante.

3. Lo canta Philip Anselmo, che, voglio dire…

4. Dietro i cinque esecutori c’è un intreccio di band che parla della «comunità» dell’HM, del «non è che verresti a suonare il basso con noi che Jack non sta bene?», ecc. Dietro il monumentale Kirk Windstein, che stende il suono con la sua chitarra massiccia e sgretolata, ci sono i Crowbar (e poi i Kingdom of Sorrow); Pepper Keenan, l’altra chitarra, viene dai Corrosion of Conformity (e James Hetfield fa ciao); il primo basso, Todd Strange, = Crowbar, quello definitivo, Rex Brown, = Pantera; Jimmy the almighty Bower alla batteria suona la chitarra negli EyeHateGod e nei Superjoint Ritual; e poi Philip Anselmo, che, voglio dire…

5. Il purissimo headbanging, la vera e propria trance ritmica, che produce nell’adepto.

A sostegno di questo delirio, porto i seguenti materiali:

a. La versione originale.

b. Un’infernale versione live di qualche anno fa, a Houston, con Philip che «scherza» sul titolo, e che urla sguaiato, e per la cui salute eravamo allora molto in ansia…

c. Una seconda versione live, a Monaco, quella del tour del 2008, per la ripresa in mezzo ai kidz che si svitano la testa (così l’hanno vista i Potts all’Alcatraz…)

d. Un’ultima versione live, a Glendale, sempre nel 2008, quando i Down aprivano ai Metallica, perché li si vede un po’ più da vicino e perché si può «apprezzare» la tirata che ho fatto sulla corda libera…

e. Le «intavolature», per chi può essere interessato.

Bury Me in Smoke dura 7’04”, per quanto mi riguarda, in un modo o nell’altro, magari nell’angolino più recondito del neurone più nascosto, non ha più smesso di risuonare.

Un valzer di Strauss

26 giugno 2010

Al nonno Anton gliene dicono di tutti i colori, praticamente in ogni epoca della sua vita. Se la prendono col suo aspetto, con la sua goffaggine, con la sua totale indifferenza verso gli aspetti mondani. Lo irridono perché porta stivaletti di pelle di foca «pressoché rettangolari» (ne possiede trenta paia), perché indossa pantaloni «immensamente larghi», da sembrare «tagliati da un falegname» (li sceglie così per essere comodo all’organo), o per i suoi giganteschi fazzolettoni colorati, o ancora perché dà un nome alle giacche. È ossessionato dai numeri, è «un pazzo e mezzo», beve troppa birra e a tavola non sa comportarsi («Chiunque avesse visto il Maestro sorbire rumorosamente la sua zuppa avrebbe pensato di essere in compagnia di un fattore onorevolmente invecchiato e non di un eccelso compositore», Richard Heller).

E prima che, in tarda età, venga riconosciuto il suo magistero, ne attaccano la musica, che finisce ingiustamente in mezzo alla battaglia tra wagneriani e seguaci di Brahms (i brahmini). Musica «ineseguibile» come minimo, «finita sotto gli zoccoli del cavallo» della Valchiria. Lo stesso Wagner, che pure a suo modo lo sostiene, anche perché il nonno Anton lo adora, è molto condiscendente ma poi lo chiama «Bruckner la tromba». Per Brahms è «un pover’uomo privo di senno». «La sua musica si innalza come un’informe, infuocata colonna di fumo», scrive il critico viennese Eduard Hanslick, che riporta anche la definizione «azzeccata» di un noto musicista tedesco (forse proprio Brahms): «Le Sinfonie di Bruckner sono come il sogno sterile di un’orchestra composta da musicisti logorati da venti prove del Tristano».

Il nonno Anton ne soffre, in silenzio. Al massimo si sfoga in qualche lettera («povero e abbandonato, mi confino nella melanconia della mia piccola stanza»), o si lascia andare un istante in occasioni pubbliche particolarmente disastrose (alla fine della prima esecuzione della Terza Sinfonia, derisa e disertata progressivamente dal pubblico, dice a Krzyzanowski e Mahler, che rimangono fino alla fine e cercano di consolarlo: «Lasciatemi andare. La gente non ne vuole sapere di me»).

Ciò nonostante non s’incattivisce. Continua a studiare e a comporre. Fa quasi pace con Brahms. E mantiene saldo il suo giudizio musicale. Dopo il successo della Settima, a Johann Strauss che lo applaude: «Il genio siete voi, io non sono che un violinista di periferia», il nonno Anton risponde: «Io darei delle sinfonie per un valzer di Strauss».

(Fonti: Sergio Martinotti, Bruckner, EDT 2003; Stephen Johnson, Bruckner Remembered, Faber and Faber 1998.)

Ci si porta avanti

20 giugno 2010

Presentata una prima ipotesi di piano di reincarnazioni:

1. Sezione ritmica di gruppo heavy metal, o
1 bis. Jack e Meg White
2. Assistenti, a qualsiasi titolo, di Martin Scorsese
3. Coppia di girovaghi
[Pausa inorganica]
4. Medici/magistrati
5. Golosi, incoscienti e avventati
6. Newyorkesi

(L’opzione monaci, per quanto in monasteri affiliati, presenta a oggi ostacoli insormontabili.)


Già il nome, si deve ammettere, fa simpatia. Le non molte foto che circolano confermano poi l’alto tasso di «ruspanza» che si ritrova nella loro musica (una menzione al chitarrista Erik Larson, che suona quasi sempre imbozzolato nella sua barba e nei suoi capelli). Ruspanti, forse, di certo non sprovveduti. Un bel po’ di stoner, una punta di hardcore, molto sludge e contorno southern condito al doom: le etichette oscillano nel corso delle uscite, dal 1998 al 2008, quando «after much deliberation and thoughtful discussion, we have decided to end the band» (una frase che induce il metallaro allo struggimento). Io li ricordo e li onoro perché, nei momenti migliori (non pochi), sono pesantissimi, si caricano sulle braccia un massa di accordi debordanti, di riff grossi e spessi, e li tengono miracolosamente in movimento. Sono lì, uniti, molto vicini (palchi piccoli…), e a ogni canzone sollevano da terra quel sacco che sembra inchiodato al suolo e se lo mettono in spalla. Non sono caccia, gli ATP, in cerca di evoluzioni da bocca aperta, sono bombardieri – lenti, carichi e pazienti, e capaci di raderti al suolo.

Alabama Thunderpussy, Staring at the Divine, Relapse 2002.

Frutto di uno dei più memorabili drammi metallici di sempre, i Grip Inc. non hanno goduto e non godono di «buona stampa». Se chiedete, vi risponderanno che sono stati la «vacanza» di Dave Lombardo dagli Slayer, che il chitarrista Waldemar Sorychta è meglio come produttore, che il buon Gus Chambers non canterà più (ucciso da medicinali e alcol nel 2008) e che i bassisti, mea culpa, non se li ricordano. Stop. Io, però, i riffoni muscolari e propulsivi di PoIS me li ricordo quasi tutti e trovo che in pochi casi come questo chitarra e batteria abbiano «cenato» e poi siano andate a ballare insieme (dopo la pietra angolare di Fripp & Giles alla corte del Re Cremisi nel 1969, per la cronaca): dalle pietre rotolanti di Savage Seas (Retribution), allo scapicollo esaltante di Hostage to Heaven (da ascoltare rigorosamente in cuffia e trattenendo il fiato per lo meno da 1’07” a 1’24”), al martellio elastico di Monster Among Us (che a 3’28”, quando i giochi ormai sembrano fatti, si mette a bollire). Nient’altro che thrash? Sì, ma a me con la doppia cassa di Dave Lombardo viene da fare heartbanging.

Grip Inc., Power of Inner Strenght, Steamhammer 1995.