Quest’Italia
29 marzo 2010
Conglomerati
28 marzo 2010
L’ultima raccolta di Zanzotto mi è piaciuta molto. Al di là degli 88 anni del suo autore, che non andrebbero trascurati, ciò che mi piace sono proprio i versi, la loro costruzione, la ricchezza di osservazioni e riflessioni che accolgono grazie a una lingua aperta a tutti i registri e a tutte le derivazioni.
Se i temi portanti sono quelli del paesaggio che si sfa, del corpo che si sfa, del tempo corrotto e del profumino di apocalisse, contano poi le parole che li comunicano – dialetto, latino, citazioni, ripetizioni, allitterazioni, neologismi, nomi propri, storpiature: cioè un arsenale senza esclusioni. Che è esattamente quello che occorre a una poesia per essere all’altezza del mondo.
A volte è come se Zanzotto facesse girare le rotelle delle parole, fino a che una precisa combinazione degli ingranaggi produca la luce: «Tutto è chiuso, sasso a sasso nel suo lutto / rutilante lutto di sopite ire di irosi sopori» (Crode del Pedrè); altre volte la dizione è chiara: «Ma se quel vento cade / tutto il mondo si svela / per quel ch’è / cioè cioè / un cumulo di membra sparse / finalmente scoppiato / e finalmente apocaliptato» (Sberle); oppure un po’ impertinente: «Grigia scende la sera e si confonde / col rumore del forno a microonde».
Anche le piccole cose sono belle, come lo «sberloso vento», gli «infimi fili del nihil», lo «spazzame di avvenimenti» e la «dolceamara indominata fiera».
Mi piace perché solo apparentemente la poesia è innocua, confinata in un verdeggiante giardinetto, perché trovare le parole giuste è un compito decisivo, come molti altri s’intende, e sono grato a chi lo svolge.
Andrea Zanzotto, Conglomerati, Mondadori, 2009.
Libero indugio
26 febbraio 2010
Frammento XXVII
È parte di me un uomo da lavoro,
Rude le membra e in giubba affumicata,
Che tutto nel sonoro
Bàttito volge della sua giornata;
È di me parte l’uom che pavoneggia
La vanità della superbia dotta,
E coi bravi gareggia
E pugna dentro alla civile lotta;
È di me parte l’uom che nell’azzardo
Del presente s’incita e la gazzetta
Ha per vangel, beffardo
A ciò che non appaga la sua fretta;
È di me parte l’uom che s’apparecchia
Il gioir dei conforti
Mondani, e non si specchia
Che dove è la violenza dei più forti;
E altro ancora: e intendo
Il divenir tremendo che non cura
L’opporsi, e si fa storia e natura;
Ma dove nel libero indugio
Arcanamente s’agita il mio volo,
Odio l’usura del tempo
Paurosamente solo.
Clemente Rebora, Frammenti lirici, 1913.




